Luoghi ed edifici sacri nel territorio bradanico nei racconti e nei resoconti dei visitatori ecclesiastici

di Annunziata Bozza, Archivio storico diocesano di Matera

Se sono abbastanza noti i resoconti ed i racconti contenuti nei diari dei molti viaggiatori europei che percorsero l’Italia meridionale tra la fine del Settecento e per tutto il secolo seguente spinti dal desiderio di conoscere le antiche testimonianze di civiltà ormai scomparse, meno conosciuti, invece, sono quelli che i vescovi e gli arcivescovi ci hanno lasciato nei volumi delle loro visite pastorali che recano dettagliate descrizioni di edifici e di siti particolari.

Tra le prime testimonianze a noi pervenute  si segnala quella di Giovanni Michele Saraceno [1], arcivescovo di Acerenza e Matera  che a metà del Cinquecento, più precisamente tra il 1543 ed 1544, effettuò una ricognizione ed un controllo accurato delle chiese, dei luoghi sacri ed, in generale, di tutta la proprietà ecclesiastica ubicata nei paesi ricadenti sotto il suo governo, tanto di quelli  presenti nella zona “alta” della sua diocesi tanto di quelli della parte “bassa” tra cui si collocano, appunto, alcune località insite nell’area bradanica. Sfogliando le 248 carte del voluminoso manoscritto della cosiddetta “Visita pastorale” pretridentina dell’arcivescovo, poi cardinale, Saraceno conservato a Matera presso l’Archivio diocesano, è possibile effettuare un viaggio straordinario a ritroso nel tempo per scoprire ciò che nel territorio è irrimediabilmente scomparso o, esperienza ancora più esaltante, ciò che ancora ci è dato di conoscere meglio. Il prezioso documento di Giovanni Michele Saraceno, considerato a ragione da studiosi di storia ecclesiastica un’opera monumentale [2], si configura come tale non soltanto per il fatto che contiene informazioni copiose e puntuali  sull’organizzazione ecclesiastica, pastorale e giuridica del territorio diocesano nonchè sullo stato patrimoniale ed economico delle chiese e del clero ma anche per essere stato redatto in un momento particolare della vita della Chiesa cattolica cioè alla vigilia dell’inizio dei lavori del Concilio di Trento [3]. Il dato, forse, più significativo e che dischiude un fronte di ricerca più approfondito è appunto quello legato proprio al momento dell’ispezione sul territorio lucano da parte dell’arcivescovo Saraceno il quale decide di effettuare personalmente (ed anche questo è un elemento non trascurabile) una tale ricognizione perché interessato a vedere, controllare e, soprattutto, a far trascrivere – e dunque a documentare – ciò che, in fin dei conti, gli apparteneva. E tutto ciò anticipando quasi di vent’anni ciò che sarà sancito nel canone III del Decretum de reformatione, approvato nella Sessione XXIV dell’11 novembre del 1563 del Concilio, che impose,  ai patriarchi, ai primati, ai metropoliti e ai vescovi, l’obbligo di visitare personalmente la propria diocesi. Il canone precisava, inoltre, che qualora i succitati prelati fossero stati “legittimamente impediti”, avrebbero dovuto farlo per mezzo del loro vicario generale o di un visitatore. Se ogni anno non avessero potuto visitarla completamente per la sua estensione, ne avrebbero dovuto visitare  “almeno la maggior parte, in modo tale, però, che nel giro di due anni, o personalmente o per mezzo dei loro visitatori, avrebbero dovuto terminare di visitarla”. […] Scopo principale di tutte queste visite  doveva essere quello di portare la sana e retta dottrina, dopo aver fugato le eresie; di custodire i buoni costumi e correggere quelli corrotti; di entusiasmare il popolo, con esortazioni e ammonizioni, per la religione, la pace, la rettitudine; e di stabilire tutte quelle altre cose che, secondo il luogo, il tempo, l’occasione, e la prudenza dei visitatori, avrebbero potuto  portare un frutto ai fedeli.

Il manoscritto nel suo esemplare cinquecentesco, ossia quello materano restaurato tra l’altro nell’anno 2001, a ben guardare, si presenta nelle sue forme estrinseche privo di un frontespizio e di un’intestazione che ne annunci la natura o tipologia: si apre, infatti, con una rubrica alfabetica delle località visitate, certamente realizzata ed inserita in epoca successiva, al termine della quale vi è l’indice alfabetico di tutti i paesi della diocesi con l’indicazione del foglio ove è possibile trovarne la descrizione. A seguire i “Capitola sinodalia” e i resoconti dei sopralluoghi effettuati ad Acerenza e Matera e, a seguire ancora, le descrizioni delle diverse località ricadenti nell’antica arcidiocesi. E’ indicativo, tuttavia, che in un altro manoscritto seicentesco – che ci si auspica possa al più presto essere messo a confronto con l’esemplare cinquecentesco per un’edizione critica dei due manoscritti [4] – conservato nell’archivio arcivescovile di Acerenza, il medesimo resoconto del Saraceno è inserito a carta 89 e si apre con un titolo che ne definisce meglio le caratteristiche e gli elementi distintivi e cioè: Inventarium generale / introituum archiepiscopalis / mensae, capitulorumque, ac particularium / beneficiorum acherontine diocesis, cum visitatione / illustrissimi domini cardinalis Saraceni bone memorie / confectum in anno 1543. Dunque, un inventario generale di tutti gli introiti della mensa arcivescovile e dei capitoli delle diverse chiese collegiate e ricettizie e dei benefici dei particolari della diocesi acheruntina: un documento di carattere patrimoniale ed economico – finanziario che poco ha di dottrinale e moralistico. Di certo è più assimilabile ai quegli antichi documenti definiti stalloni, piuttosto diffusi in area pugliese ma in generale nell’Italia meridionale, realizzati per registrare all’impianto la contabilità delle rendite percepite e dei capitali amministrati, con la finalità di salvaguardare in tal modo i titolari di beni e diritti da usurpazioni e appropriazioni. Non è un caso se in altri documenti presenti nell’Archivio capitolare di Matera quando si richiama il manoscritto dell’arcivescovo Saraceno lo si definisca appunto “stallone arcivescovale”. Ne è un esempio una platea del 1681 che, nell’intitolazione originaria, reca appunto l’indicazione di essere derivata proprio dall’antico stallone e di contenere l’elencazione dei capitali provenienti da diversi censi accesi su diversi beni di “particolari”suddivisi per contrada di appartenenza.

Le notizie desumibili dal manoscritto materano riguardano molteplici ambiti e, per ogni luogo, il resoconto ha una notevole forza narrativa e descrittiva. Giovanni Michele Saraceno, ad esempio, giunge a Montescaglioso  – provenendo  da Laterza –  il 14 febbraio del 1544 alle ore 22 circa. Circondato da padre Isidoro, abate del monastero di Sant’Angelo dell’ordine di San Benedetto, e da molti altri monaci, da presbiteri e chierici della terra di Montescaglioso scende dalla sua cavalcatura, fa ingresso nella Chiesa maggiore intitolata a San Pietro e si dirige verso l’altare maggiore collocato ad oriente. Qui, inginocchiatosi prega per un adeguato lasso di tempo e poi rialzatosi bacia la mensa sacra mentre i chierici vicino a lui intonano il Veni Creator Spiritus. Accompagnato dallo stesso corteo di ecclesiastici e da altri cittadini si reca presso la Chiesa di Sant’Angelo del monastero e anche li  prega per poi salire  verso il dormitorio del convento in una camera per lui preparata. Vi si ferma per un’ora circa e, successivamente, si reca nelle case di Angelo Roberto Troiano e Vincenzo Salinati – allestite per sua residenza – dove consuma la cena. Poiché le dimore sono troppo fredde e battute dal vento e dalla pioggia mista a neve, preferisce  ritornare al monastero perché più adatto e comodo. Il giorno seguente, il 15 febbraio, la molta neve caduta impedisce all’arcivescovo di accedere alla chiesa maggiore per la consueta celebrazione. Dopo pranzo dedica il suo tempo a dirimere un contenzioso con Antonio Pignatello giunto lì con l’arciprete della terra di Tolve. Nei giorni che seguono l’arcivescovo Saraceno, assolte le funzioni religiose, comincia la sua ricognizione perlustrando la sacrestia della Chiesa Maggiore. Vi trova numerosi oggetti in argento: un incensiere con navetta in rame e cucchiaino in alluminio, un crocifisso con figure in argento con il pomello di rame, quattro calici con coppe e patene argentate con i piedi in rame, sette calici non consacrati e numerosi paramenti sacri, corporali, piviali e pianete, alcuni in buone condizioni altri meno, in seta, damasco e velluto.  Concluso l’inventario in sacrestia, ritorna all’altare maggiore e, baciatolo nel mezzo, lo ispeziona diligentemente per verificarne il decoro della biancheria. Il resoconto della ricognizione del Saraceno entra a questo punto nel vivo con la descrizione dettagliata della chiesa e delle diverse cappelle ed altari e sepolture con la specifica degli introiti derivanti dalle messe celebrate.  Di tutte le cappelle visitate molte sono “senza figure” cioè non ancora affrescate ed ornate. Balza di sicuro agli occhi che una tale perlustrazione termini a notte fonda. Alle ore 24, infatti, l’arcivescovo Saraceno si ritira al monastero per cenare. La visita delle altre chiese e cappelle viene affidata nei giorni seguenti a tre autorevoli convisitatori: Francesco Ulmo, decano della città di Matera, Michele de Leonardis, arciprete della terra di Montescaglioso e Eustachio Lembo di Torella. Le carte successive del manoscritto contengono l’elencazione di tutti le rendite e le terre di proprietà della Mensa vescovile gran parte delle quali site lungo il Bradano e confinanti con i possedimenti del monastero di Sant’Angelo. Distogliendo l’attenzione per un attimo dall’enumerazione dei terreni e dalla contabilizzazione dell’estensione degli stessi emerge un territorio con le sue contrade: del Vaglio di San Nicola, d’Agnone, delle Serre, della Defesella, pianoro di Santa Caterina, lama di Pascarello, e tanti altri antichi toponimi. Il 21 aprile del 1544, intorno alle ore 22.00, l’arcivescovo Saraceno giunge, invece, nella terra di Grottole proveniente da Tolve. Entra subito nella Chiesa Maggiore adiacente da una parte alle mura e, dall’altra,  alla via pubblica, vicino la casa del notaio Francesco de Rizardis ed altri confini, per pregare inginocchiato dinanzi all’altare maggiore. Successivamente accede al Castello della terra di Grottole preparato per la sua residenza e, predisposta la cena, la consuma quando ormai è già notte. Il giorno seguente visita la chiesa maggiore di San Giuliano e San Luca con tutte le sue cappelle collaterali e gli altri edifici sacri di Grottole.

Desta stupore il gran numero di chiese e cappelle esistenti fuori dalle mura della cittadina: la cappella di Santa Maria del Carmelo, di Santa Sofia, di San Leonardo, di Santa Maria del Casale ed ancora la chiesa di San Tommaso, di Santa Maria de Appia, di Santa Lucia, la cappella di Santa Maria delle Grazie, di Santa Maria della Salute, di San Francesco, di San Nicola, di Santa Caterina quasi tutte ormai scomparse. In particolare, al termine, è descritta la chiesa di Sant’Antonio di Vienna sita alla contrada detta Altogianni provvista di altare e campanile e di una piscina all’esterno con due case vicino. La chiesa è affrescata con immagini di santi e ne è beneficiato un tale Leonardo Galterys, cantore della terra di Grottole, al quale l’arcivescovo intima subito, al fine di rendere più completo l’inventario, di esibire la bolla di assegnazione del beneficio a pena della scomunica. Il viaggio dell’arcivescovo Saraceno prosegue verso Miglionico ove vi giunge il 25 aprile del 1544 a tardissima ora. Il giorno seguente visita la Chiesa Maggiore e vi celebra la santa messa con il concorso di  tutto il clero. La ricognizione alle cappelle ed agli altari della principale Chiesa di Miglionico impegna l’arcivescovo Saraceno per diversi giorni, sino ai primi di maggio, e sorprende non poco il lungo e dettagliatissimo inventario dei beni, elencati nel manoscritto, di cui essa era dotata.  La quantità e la preziosità degli arredi,  degli oggetti sacri e dei paramenti descritti denota una chiesa ben lungi dall’essere umile e bisognosa. E, quasi a fare da contrasto, la narrazione continua con l’ispezione da parte del presule dell’Ospedale situato presso l’annessa cappella di San Giacomo. In quel luogo visita i poveri ospitati e rileva la necessità di impegnare le elemosine raccolte dai sacerdoti per sostituire le vecchie coperte poste sui giacigli che li ricoprono con delle nuove in lana. Tra le chiese ispezionate vi è anche quella di San Nicola dei Greci con un altare e immagini di santi dipinte sulle pareti. E’ già in cattive condizioni: senza il tetto, priva della porta,  carente di paramenti e mancante della campana. Di essa sono beneficiati il diacono Pietro Giacomo de Novellis e Antonio Valentino a cui si intima di provvedere in tempi brevi alla risistemazione dell’edificio sacro mediante l’impiego degli introiti da esso derivanti.

Nella terra di Pomarico l’arcivescovo Saraceno perviene il 20 maggio del 1544 e si dirige subito verso la Chiesa matrice intitolata a Sant’Angelo. Alle ore 20 circa, indossati rocchetto, stola, pluviale e mitra prende posto nella sede preparata per lui dal popolo e dal clero e, amministrati i sacramenti, pronuncia l’ammonizione verso quanti, sia uomini che donne, tanto cittadini che esteri dimoranti nella terra di Pomarico, siano in possesso di censi o redditi su case, vigne, orti, grotte, territori ed altre “robe” della Mensa arcivescovile affinchè ne dichiarino il godimento e se ne faccia l’inventariazione e l’annotazione da parte di deputati destinati a tale scopo a pena della scomunica. Persone e luoghi della terra di Pomarico rivivono, dunque, nell’elencazione di nomi e toponimi relativi alla descrizione del patrimonio fondiario della Mensa Arcivescovile. Per citarne alcuni: contrada della Calcara, del Vallone grande, dello Casolillo, dell’Isca, di Santa Maria Nova e San Salvatore come pure nomi di antichi proprietari di terre dell’agro pomaricano quali Francesco de Aspello, Bisanzio de Cagnese e Francesco de Petrifo e tanti altri. Una quantità di informazioni che, approfonditamente studiata e criticamente esaminata rivelerebbe un territorio ricco di testimonianze di cui non si conoscono che solo poche tracce. In un passo (a carta 210 verso)  del resoconto del Saraceno relativo a Pomarico – ad esempio – si legge che il corteo dei visitatori ebbe accesso alla contrada San Giacomo “de petra giacente” ove c’è una chiesa dedicata che ha due altari con alcune figure di santi alle mura delle quali due sono “ad opera relevata”una proprio di San Giacomo e l’altra di San Benardino; la piccola chiesa “sta ben coperta”. In detto luogo della chiesa si trova “uno pezo di terre” appartenente alla chiesa e mensa della capacità di tre tomoli alla misura antica che circonda l’edificio stesso. Nel pezzo di terra “tre piedi” sono di olive, altri sei di mandorle ed altri alberi sono di pero, fico e granata. Probabilmente di questo piccolo edificio religioso non vi è più alcuna traccia ma è indicativo come da poche righe del manoscritto è possibile aprire un fronte interessantissimo di indagini che investe diverse discipline storiche: queste sono, in effetti, le potenzialità delle testimonianze scritte che servono a conoscere avvenimenti ed a verificare circostanze realmente accadute.

Ma se il manoscritto del Cinquecento ordinato da Giovanni Michele Saraceno per inventariare e censire tutte gli introiti della Chiesa materana ed acheruntina ha più la struttura, come prima si è fatto cenno, di un documento economico – finanziario, diverso è il tenore della visita pastorale di un altro autorevole presule, Raffaele Riario, vescovo di Montepeloso (oggi Irsina), conservata nell’Archivio diocesano della cittadina irsinese. Il Riario, uomo di profonda cultura e imparentato con i feudatari del posto [5], fu designato pastore della Chiesa di Montepeloso nel 1674 e resse le sorti dell’antica sede vescovile per circa un decennio. A lui si deve l’indizione di un Sinodo di cui si custodiscono, in un volume, gli atti. La sua visita, espletata nel marzo del 1678, risponde pienamente a quelle che erano le prescrizioni conciliari. Essa, infatti, diventa strumento pastorale e viene condotta secondo le tre direttrici che il Concilio di Trento aveva stabilito: attenzione del presule alle persone, cioè alla formazione ecclesiastica del clero ed alla cura e correzione delle anime, alle cose, ossia all’amministrazione delle chiese e degli altri enti ecclesiastici, ai luoghi,  ovvero alla manutenzione e restauro degli edifici ecclesiastici. Al termine della visita il vescovo emana i decreti generali o particolari nei quali dispone ciò che, a suo avviso, deve essere  corretto,  migliorato e potenziato. Nella visita del Riario tutto viene compiuto in maniera conforme al rito: è innegabile, in ogni caso, la ricchezza delle informazioni che da essa è possibile trarre. Chiese, monasteri e luoghi pii vengono perlustrati e ampie e dettagliate sono le descrizioni contenute nelle relazioni di visita giunte fine a noi. Diventano documenti ancora più imprescindibili quando descrivono luoghi ed edifici non più esistenti. Ad esempio nella visita del Riario è ancora esistente il monastero delle Clarisse, fondato a metà del XVII secolo e abbattuto ai primi del Novecento per lasciare il posto alla costruzione dell’Edificio scolastico di Irsina. Il 17 marzo del 1678 il vescovo Raffaele Riario visita, con il corteo dei suoi convisitatori, la chiesa delle monache di Santa Chiara di Montepeloso, sita all’interno delle mura della città in un luogo chiamato, comunemente, “il largo del castello”. Vi entra attraverso una piccola porta e raggiunge, dopo aver benedetto gli astanti con acqua lustrale, l’altare maggiore ove si genuflette. Alle spalle del tabernacolo è raffigurata su tela con cornice di legno scuro  l’immagine della Beata Vergine dell’Immacolata con a destra la figura di San Francesco ed a sinistra di Santa Chiara attorniati dagli angeli. Nella parte retrostante l’altare maggiore si trova una grata in ferro corrispondente con la parte interna del monastero attraverso la quale le monache ascoltano e pregano. Sul lato sinistro un’altra grata in ferro mette in comunicazione la chiesa con il parlatorio mediante il quale le religiose – o per esse il procuratore del monastero – sbrigano le attività e gli affari con il mondo esterno. Sul lato destro dell’altare si apre un vano destinato a confessionale provvisto di una lamina in ferro perforata. Scendendo un gradino, sulla parte destra rispetto all’altare maggiore, si trova l’altare di San Gaetano. La porta maggiore della chiesa è, invece, collocata ad occidente da dove si vede il castello della cittadina. E’ fatta di tavole in legno massiccio e ben messe ed è provvista di serratura e chiave in ferro. Anche la porta piccola è in legno, anch’essa con serratura e chiave in ferro ed ha una finestra nella parte superiore dalla quale entra luce nella chiesa. Il vescovo Riario ha accesso, dunque, al monastero  delle clarisse e, dopo aver visitato il coro che rileva essere piuttosto angusto, visita il dormitorio ove vi erano undici letti, cinque nella parte destra e sei in quella sinistra. L’ambiente è provvisto di due finestre  – con reti in ferro e vetri per la protezione dai rigori del freddo –  che si affacciano nel cortile interno del monastero. Prima del dormitorio sulla parte destra si sale per la torre del convento, anch’essa visitata, provvista di cancelli lignei: da essa è visibile la campana del monastero. La visita prosegue al secondo dormitorio dotato di otto letti: il corpo del locale è diviso da due finestre anch’esse prospicienti il cortile e ad un terzo dormitorio con una struttura simile ai precedenti. Disceso da questi ambienti, il vescovo Riario si introduce nel cortile del monastero che rileva essere privo di alberi da frutta utili per la ricreazione delle religiose ma provvisto di erba e fiori utili per ornare gli altari della chiesa. La narrazione dell’ispezione al convento delle clarisse continua con la descrizione di altri ambienti che consentono una ricostruzione abbastanza precisa della struttura monastica. La ricognizione del vescovo Tommaso Agostino de Simone effettuata ottanta anni dopo allo stesso convento delle clarisse risulta, invece, piuttosto esigua quanto a notizie sull’edificio confermando così una tendenza delle visite pastorali del XVIII secolo ad essere meno dettagliate e minuziose e, in molti casi espletate non dall’ordinario in prima persona ma da suoi delegati. In essa, tuttavia, è conservata abbastanza rigorosa la parte prescrittiva dei decreti generali che il vescovo de Simone articola in ventuno capi. Anche da queste disposizioni emergono numerosi spunti per avviare indagini più approfondite da affidare all’interpretazione degli storici e sebbene “la visita pastorale rappresenti lo “sguardo del vescovo” e si configuri come fonte “parziale”, ma non necessariamente “statica”, diventa, spesso, “insostituibile” per le informazioni che altre fonti non sono in grado di fornire”. [6]

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[1] Giovanni Michele Saraceno nasce a Torella, feudo della famiglia Saraceno nel 1498 e muore a Roma il 27 aprile del 1568. Appartenente ad un’antichissima e nobile famiglia napoletana suo padre fu Sigismondo Saraceno dei baroni di Torella (Av). Terzo di quattro figli maschi, Giovanni Michele intraprese la carriera ecclesiastica e, come primo incarico, gli venne affidata la rettoria di San Leone di Torella dell’Ordine di San Benedetto dal vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi con bolla del 10 maggio 1521. Fu beneficiario in qualità di arciprete sia della chiesa di Sant’Eustachio in Torella che della chiesa di Santa Maria del Perillo ad essa annessa nonché perpetuo commendatario del beneficio della chiesa di Santa Maria Maggiore di Rocca San Felice presso la quale vi istituì la Confraternita del SS.mo Corpo di Cristo. Venne nominato arcivescovo di Acerenza e Matera il 3 luglio 1531 da papa Clemente VII. Nel 1545 partecipò al Concilio di Trento e, per la sua ampia e profonda cultura, fu eletto canonista. Fu nominato prelato da papa Giulio III e, nel 1550, anche Governatore di Roma, carica che ricoprì per un solo anno ottenendo, in seguito, l’incarico di vice camerario. Il 20 novembre 1551 ricevette il titolo di cardinale presbitero di Santa Maria in Aracoeli. Nello stesso anno indisse l’anno giubilare con facoltà di concedere le sacre indulgenze. Negli anni 1555-1556 gli fu dato l’ufficio di prelato della Segnatura di grazia con facoltà di decidere sui ricorsi e sulla concessione delle grazie. Il 4 maggio 1556 il cardinale Saraceno lasciò la diocesi di Acerenza e Matera al nipote Sigismondo, figlio di suo fratello Fabrizio. Dopo ciò la carriera di Giovanni Michele proseguì come membro della commissione per la riorganizzazione ecclesiastica dei Paesi Bassi e dal 1557 fu componente del Tribunale dell’Inquisizione. Nel 1560 ricevette l’incarico di amministrare il vescovado di Lecce cosa che fece solo per pochi mesi. Prima della sua morte ricevette la nomina di vescovo di Santa Sabina.  Le sue spoglie riposano nella Cappella gentilizia di Sant’Eustachio sita nel castello di Torella.
Notizie tratte da: ARCHIVIO DIOCESANO DI MATERA, Scheda Entità Persona in Cei-Ar redatta a cura di A. Bozza, 2015.
R. Bongermino, Vescovi e Riforma cattolica a Laterza, Mottola – Castellaneta: 1544 – 1572, Centro Ricerche di Storia religiosa in Puglia, Storia, Arte, Devozione, Stampa Sud S.p.A. Mottola (Ta) 2008.

[2] A. Cestaro, Recupero, riordinamento e inventariazione degli archivi ecclesiastici e comunali nelle zone terremotate: dalla classificazione alla riflessione storica, in AA.VV., Il recupero dei beni archivistici e bibliografici nelle zone terremotate: dalla classificazione alla riflessione storica, in AA.VV., Il recupero dei beni archivistici e bibliografici nelle zone terremotate della Basilicata e della Campania, Edizione di Storia e Letteratura, Roma 1985, p. 22.

[3] M. Morano, Un vescovo meridionale tra Riforma Cattolica e Controriforma: Giovanni Michele Saraceno, in Il Concilio di Trento nella vita spirituale e culturale del Mezzogiorno tra XVI e XVII secolo, Atti del convegno di Maratea 19-21 giugno 1986, a cura di G. De Rosa e A. Cestaro, Edizioni Osanna Venosa 1988, I, pp. 43-56; Idem,  Giurisdizione ecclesiastica e poteri delegati nel “Liber visitationis”(1543-1545) di G.M. Saraceno, in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 33, Antoniana S.p.A. Padova gennaio-giugno 1988, pp. 131-170.

[4] V. Verrastro, Per un’edizione critica della visita pastorale di Giovanni Michele Saraceno all’arcidiocesi di Acerenza e Matera (1543-1544), in «Bollettino storico della Basilicata», n. 10, Edizioni Osanna Venosa 1994; ed ancora in merito  C. Biscaglia – M. Ginnetti, Le visite pastorali della diocesi di Tricarico (1588-1959). Inventario., in «Bollettino storico della Basilicata» Fonti documentarie, n. 27, Osanna Edizioni 2011.

[5] Sul vescovo Raffaele Riario cfr. M. Janora, Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso (oggi Irsina), Tip. F. Conti Matera, 1901. Ristampa anastatica, Edizioni La Bautta Matera – Ferrara 1987, p. 459 – 462; ed anche A. Bozza, M. Golia, L’Archivio diocesano di Montepeloso (Irsina). Inventario, 2001, consultabile presso la Soprintendenza Archivistica per la Basilicata, Potenza.

[6] C. Nubola, L’importanza delle visite pastorali dal punto di vista storico, in Ammentu, Bollettino Storico, Archivistico e Consolare del Mediterraneo (ABSAC), n. 2, Villacidro gennaio-dicembre 2012.